Rifondazione Comunista in campo contro lo svuotamento dell’articolo 18
[modificato da Pisanotizie.it] Sono in sciopero della fame il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero e Roberta Fantozzi, responsabile lavoro della segreteria nazionale del PRC, per richiamare l’attenzione e protestare contro l’approvazione del disegno di legge 1167-B, il cosiddetto collegato lavoro approvato in via definitiva dall’Aula del Senato, che di fatto produce lo “sfasciamento dell’articolo 18″, come ha spiegato Roberta Fantozzi durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Pisa presso la sede della Federazione.
“In questo momento - ha spiegato - si parla di emergenza democratica in relazione al decreto salvaliste. Una denuncia e una mobilitazione che noi sosteniamo, ma che deve andare avanti insieme a quella contro il cosiddetto collegato lavoro”.
Il testo, secondo alcuni giuslavoristi che hanno firmato un appello contro il disegno di legge quando questo era ancora in fase di discussione, mira a “svuotare dall’interno l’impianto normativo a tutela dei lavoratori”. “Il risultato - si legge nell’appello - è quello di lasciare il lavoratore ancora più solo nella ‘libera’ dinamica dei rapporti di forza con il datore di lavoro, cui viene attribuita la facoltà di deroghe peggiorative rispetto a leggi e contratti collettivi”. Il disegno di legge apre di fatto la strada a contratti individuali, un provvedimento che per Roberta Fantozzi “tramuta in norma la legge del più forte”.
Ma la norma manifesto di questo attacco ai diritti dei lavoratori è, secondo il gruppo di giuslavoristi, il comma 9 dell’articolo 33 che prevede la devoluzione delle controversie sorte in relazione ai contratti di lavoro attraverso un collegio arbitrale. All’atto dell’assunzione, in una fase dunque maggiormente a rischio “ricatto”, il lavoratore potrà rinunciare alla tutela del giudice ed accettare che su ogni controversia a decidere sia un collegio arbitrale, che esprimerà in base ad un criterio di equità, “senza cioè - ha spiegato la Fantozzi - l’obbligo di rispettare leggi e contratti collettivi”.
Il disegno di legge ridefinisce, inoltre, i termini per l’impugnazione dei licenziamenti, per i contratti a termine e per le collaborazioni, riducendo a 60 giorni il termine ultimo per intentare causa. Una riduzione che si associa ad un ridimensionamento del ‘rimborso’ spettante al lavoratore in caso di vittoria, che potrà ottenere un corrispettivo monetario compreso fra i 2,5 e le 12 mensilità di stipendio.
Nuove norme, dunque, tutte a discapito dei lavoratori che hanno spinto Rifondazione Comunista a chiedere al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di non firmare un disegno di legge che annullerebbe le tutele previste dall’articolo 18, per la difesa del quale nel 2002 la CGIL portò in piazza 3 milioni di persone. Una richiesta che ieri è stata avanzata personalmente da Paolo Ferrero durante un incontro con il Presidente della Repubblica.
Ma nel caso in cui la firma non venisse a mancare, il PRC ha già predisposto un referendum abrogativo, che si inserisce in un più generale “pacchetto” di referendum sulla questione della precarietà, che riguarda una serie di norme su cui si fonda il collegato lavoro.
E alla denuncia dell’attacco ai diritti dei lavoratori si aggiunge il rammarico per la mancata mobilitazione sociale che avrebbe dovuto accompagnare la discussione e l’approvazione di questo disegno di legge, passato quasi inosservato. Un silenzio che secondo la responsabile lavoro del Prc è dovuto in gran parte all’assenza delle forze di sinistra in Parlamento. “I partiti di opposizione presenti in Parlamento - hanno attaccato Roberta Fantozzi e Sergio Palazzi, segretario provinciale del PdCI - nonostante abbiano votato in modo contrario al ddl, di fatto non hanno tutelato gli interessi dei lavoratori”.
E se la Cgil ha definito il disegno di legge un grave attacco ai diritti del mondo del lavoro è mancato, a parere della Fantozzi, la capacità di mobilitare e di informare. E proprio per porre rimedio a ciò la proposta del Prc è quella di ripartire dallo sciopero generale del 12 marzo, indetto dalla Cgil sui temi del lavoro, della fiscalità e della cittadinanza. Mettere, dunque, al centro di questa giornata l’attacco all’articolo 18 e dare inizio ad una serie di mobilitazioni.
A pronunciarsi contro il disegno di legge sono anche i Cobas di Pisa, che definiscono la nuova normativa una “legge trita-diritti del lavoro” che trasformerà in precari e ricattabili i lavoratori di oggi e le future generazioni. Perché se nel 2002 la cancellazione dell’articolo 18 non fu possibile grazie alla vasta mobilitazione dei cittadini, il risultato che oggi si mira a raggiungere è il medesimo. “Le aziende - scrivono i Cobas - avranno sempre più la possibilità di avvalersi di personale precario, privandolo di ogni diritto, ricattandolo e utilizzandolo per assediare e rendere ricattabili gli stessi lavoratori a tempo indeterminato”.
Una misura, quella approvata il 3 marzo, che fissando a 15 anni l’età richiesta per l’apprendistato, dilata secondo i Cobas “oltre ogni misura le fasce di lavoro precario” e deroga l’età minima prevista per l’accesso al lavoro e quella prevista per l’obbligo scolastico, fissate entrambe a 16 anni.



