Sorrisi e mazzate

la Redazione di Formiche Rosse

Lo sappiamo bene: leggere un giornale mentre si tentano di scansare i manganelli della celere non è un granchè agevole. E’ per questo che il nostro speciale è così breve. Uno speciale da battaglia. D’altronde questo primo scorcio di marzo qualcosa c’avrà pur insegnato. Prender mazzate è diventato il nostro passatempo preferito: il primo marzo a Bergamo, il 6 a Pisa, il 9 a Torino, il 10 a Padova. Una nazione trasformata in un’enorme palestra per l’addestramento di una nuova celere pronta ad addomesticare adeguatamente le piazze durante una crisi che fa paura. Fino al salto di qualità di mercoledi 18 marzo alla Sapienza di Roma. Certo, magari oggi inspiegabilmente sceglieranno di saltare un giro, ma di solito a pensar male ci s’azzecca; e quindi ora è meglio andare al sodo.

E il sodo è che finalmente dal palco di questa bella kermesse che è manifutura arriva qualche buona notizia. “Io sono molto ottimista” ha detto giovedi Roberto Colaninno. D’altronde nella sua Piaggio di Pontedera hanno appena firmato un bell’accordo di cui va molto fiero. Peccato che lo abbiano firmato soltanto 5 delegati delle RSU su 11. Stai a vedere che loro l’ottimismo del padrone non lo condividono. Mr. Colaninno non sembra turbato: “vivere un’esperienza difficile è un fatto positivo, un fatto di crescita”. Lui lo sa bene, lo ha imparato scalando Telecom. Ricordate? Era il 1999: insieme a una cordata di imprenditori bresciani, e con l’appoggio delle banche, si compra Telecom, senza metterci una lira e indebitandola alla morte. A questo punto la rivende al Tronchetto dell’infelicità guadagnandoci 1,5 miliardi. Peccato che si scordi di pagare le tasse: 1,6 miliardi secondo l’agenzia delle entrate, che però diventano circa 150 milioni grazie al patteggiamento. E poi ci si chiede dove dovremmo andare a prendere i quattrini per garantire a tutti la cassa integrazione. D’altronde mr. Colaninno dei benefici di legge è un esperto: condannato a 4 anni e 1 mese per bancarotta nel crac Italcase-Bagaglino nel dicembre 2006, interdetto dai pubblici uffici per 5 anni, non sconta né l’una né l’altra pena grazie all’indulto. Uno così, che dalle crisi è sempre uscito a testa alta, è naturale che venga a pontificare su come uscire anche da questa Crisi.

Come è naturale che una bella lezioncina ce la dia anche Emma Marcegaglia, presidente di confindustria. Ecco la ricetta: 1) annientare il sindacato distruggendo il contratto nazionale di lavoro; 2) racimolare più quattrini possibili dallo stato in sostegno a tutte le industrie a prescindere da cosa fanno e come lo fanno, evitando accuratamente che questo significhi anche una qualche influenza del pubblico sulla gestione degli affari di famiglia. “Vediamo con molta preoccupazione l’idea espressa da molti governi che per uscire dalla crisi sono necessarie più regole” ha affermato. Non tema signora Marcegaglia, tra quei governi irresponsabili che chiedono più regole di sicuro il nostro non c’è. O almeno non le regole che vanno ad intaccare lo strapotere di chi questa crisi l’ha causata, come i nostri imprenditori appunto, quelli che evadono oltre 200 miliardi di euro ogni anno e che investono in ricerca e sviluppo meno della metà dei colleghi europei. No, se nuove regole devono essere, che siano contro chi la crisi la deve pagare e che magari prima o poi si potrebbe anche un po’ incazzare, come ad esempio quelle contro il diritto di sciopero. Non c’è bisogno della sfera di cristallo per indovinare che è questa la ricetta che Tremonti riproporrà oggi. E lo farà con il sorriso sulle labbra. Perché non so se c’avete fatto caso, ma mentre Obama in due mesi di presidenza sembra invecchiato di 10 anni, il duo berlusca-tremonti sfoggia sempre una forma smagliante. E non è solo merito dell’elisir di lungavita dell’ex sindaco di Catania e medico personale di Berlusconi Umberto Scapagnini. Il fatto è che per questo governo la crisi non è un problema, ma un’opportunità. Uno dei tanti perché lo ha spiegato in questi giorni sempre dal palco di manifutura Angelos Papadimitriou, Amministratore Delegato Glaxo Italia. La sua tesi è questa: visto l’enorme debito pubblico l’Italia ha qualche difficoltà in più a trovare risorse per sostenere l’industria. Una semplice politica di spesa che non tenga conto del deficit allarmerebbe i mercati. E allora è necessario che il governo dia un segnale chiaro ai mercati, e cioè che i soldi che si danno all’industria si levano alla spesa corrente, e quindi al welfare. Geniale. Con la scusa della crisi il governo ha la possibilità di smantellare quel poco che rimane del nostro stato sociale. Non sorprende che questa ricetta arrivi da un capitano dell’industria farmaceutica, quell’industria che ormai spende in marketing il doppio di quanto non spenda in sviluppo e ricerca. Se si tratta di vendere fumo, i maestri sono loro.

Come d’altronde sono maestri anche nella pratica di mangiare i pesci più piccoli, di solito mandando a casa migliaia di lavoratori. Negli ultimi 10 anni un’ondata eccezionale di fusioni nel settore ha portato 10 aziende a spartirsi oltre il 50% del mercato. Grazie alla crisi, questo risultato ora potrebbe finalmente essere ottenuto anche in altri settori, perchè “le aziende che oggi hanno soldi veri nei loro bilanci - sostiene sempre Papadimitriou - trovano molte occasioni sul mercato per comprare”. Che a pagare questo processo di concentrazione oligarchica saranno i lavoratori, immagino sia scontato.

Ma questa crisi crea anche altre occasioni. Ad esempio, secondo l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna “questa crisi è ottima per la mafia…”. Il motivo più immediato è che con la stretta creditizia delle banche, la mafia, che di quattrini da parte ce n’ha a palate, vedrà moltiplicate le possibilità di investimento. Ma non solo. Con la scusa della crisi il governo ha annunciato lo sblocco di numerose grandi opere. Guglielmo Epifani, segretario della CGIL, sostiene che “la prima veramente cantierabile non si avvierà prima di 15 mesi, per non parlare ad esempio del ponte sullo stretto, per il quale i tempi si calcolano in decenni”. E’ ovvio quindi che la crisi è solo una scusa: una scusa per far digerire al paese delle opere spesso inutili che però sono utilissime alla criminalità organizzata che su questo genere di appalti molto più che in droga e prostituzione sta consolidando il suo potere.

Meno stato sociale, più concentrazione oligarchica, più criminalità organizzata: tre bei motivi per affrontare la crisi col sorriso. E per chi non ci casca, mazzate. Il problema è che questa crisi non è frutto di una lettura catastrofista della realtà di un manipolo di militanti. Andatelo a chiedere agli operai della Saint Gobain, dei cantieri dei navicelli, della Continental, del distretto di Santa Croce, della Piaggio e del suo indotto, alle migliaia di precari della conoscenza. Andatelo a chiedere a tutte le loro famiglie. Questa crisi riguarda tutti, e non saranno le mazzate a risolverla. Per questo oggi siamo di nuovo in piazza, perchè vogliamo quello che ci spetta: cassa integrazione per tutti quelli che perdono il posto di lavoro e salario sociale per i disoccupati. Non ci accontenteremo di niente di meno. Perché NOI QUESTA CRISI NON LA PAGHIAMO!!!

(Numero Speciale di Formiche Rosse, 21 marzo 2009)

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