Quando si assiste ad azioni criminali di portata storica, e si hanno a disposizione tutti gli strumenti per valutarle, si ha anche la responsabilità di chiamarle col loro nome. Nella Striscia di Gaza si sta consumando, in diretta streaming e sotto gli occhi del mondo, un genocidio coloniale: grazie alla diffusione social di immagini e video inequivocabili, nessuno poteva, può o potrà dire di non aver saputo. Neanche la governance dell’Università di Pisa.
Dispiace allora che, nella mozione approvata dal Senato accademico l’11 luglio scorso, la parola genocidio manchi, indebolendo così il riconoscimento di “gravi violazioni del diritto internazionale e di violenza sistematica esercitata per volontà del governo israeliano nei confronti della popolazione civile di Gaza, con l’uso della fame e della gravissima precarietà sanitaria come strumento di guerra, che configura oggettivamente una forma di pulizia etnica”. Non possiamo fare a meno di chiederci quante altre bambine, quanti altri bambini, quante altre persone inermi debbano essere uccise – magari in fila per l’acqua o per i viveri razionati – prima che la parola tabù possa essere proferita.
I movimenti per la liberazione della Palestina, così come la Relatrice Speciale ONU per il Territorio Palestinese Occupato Francesca Albanese (a cui il Senato opportunamente ha espresso solidarietà) o come autorevoli organizzazioni come Amnesty International, hanno riconosciuto ciò che stava e sta accadendo, collocando gli eventi successivi al 7 ottobre 2023 nella loro corretta prospettiva storica: l’esito finale della costruzione di Israele come stato coloniale di insediamento nella cui stessa istituzione, in quanto Stato ebraico, è connaturata l’idea che gli indigeni palestinesi debbano in un modo o nell’altro essere espulsi dalla loro terra, debbano essere vessati, segregati, incarcerati, cancellati fisicamente, socialmente e culturalmente.
Le università israeliane sono parte organica di questo progetto: non costruiscono ponti, ma legittimano prigioni, e i loro saperi sono stati ampiamente usati per promuovere l’occupazione e l’apartheid. La decisione odierna del Consiglio d’Amministrazione dell’Università di interrompere gli accordi quadro con l’Università Ebraica e con la Reichman University, dando seguito alla richiesta del Senato, va nella direzione di riconoscere questo nesso tra sistema universitario israeliano e crimini internazionali commessi da Israele? È presto per dirlo, anche se le cautele espresse dal Senato, che si riserva la facoltà di valutare caso per caso altre collaborazioni con Israele, attuali e future, lascia quantomeno perplessi.
Ma vogliamo vedere le cose in positivo, come un riconoscimento del lavoro istruttorio fatto dal movimento per la Palestina e come un primo passo, ancorché tardivo rispetto alla distruzione di Gaza, verso la costruzione di un’università ispirata a principi di pace e responsabilità sociale. Per verificare che si tratti davvero di un primo passo, invitiamo la governance dell’Università a istruire quanto prima una Commissione in cui siano rappresentate tutte le componenti della comunità accademica, col compito di valutare i rapporti di collaborazione esistenti con Leonardo SPA, Microsoft, Google e altre società indicate da Francesca Albanese nel suo ultimo rapporto come parte dell’economia dell’occupazione, ora passata a vera e propria economia del genocidio. Crediamo che da una simile valutazione, se fatta seriamente a partire dai numerosi studi già esistenti, non potrà che derivare la sospensione delle collaborazioni dell’Università di Pisa con queste e altre aziende.
