Con una delibera approvata pochi giorni fa (n. 841 del 06/07/2026), la Regione Toscana ha deciso di assecondare le nuove politiche europee sull’immigrazione, che ledono il diritto di asilo e prevedono la detenzione generalizzata dei migranti che arrivano alle frontiere esterne. La delibera, che recepisce le linee guida di un decreto-legge del Governo Meloni (D.L. 12 giugno 2026, n. 100), introduce, di fatto, protocolli per la valutazione medica dei migranti privi di permesso di soggiorno: tali protocolli sono finalizzati ad accertare la “idoneità alla vita in comunità ristretta”, cioè alla detenzione in un Centro per il Rimpatrio (CPR).
Mentre la giunta si riempie la bocca di slogan contrari alla realizzazione di un CPR sul nostro territorio, nei fatti sta predisponendo l’infrastruttura burocratica necessaria per attuare la stessa identica logica di respingimento e detenzione che ispira le politiche europee e nazionali. Lo fa prevedendo che le forze di polizia chiamino il numero d’emergenza 116117, che poi individua il canale sanitario tra ambulatori ospedalieri, Distretti Sanitari o addirittura Case di Comunità oppure attraverso agende dedicate.
Definire la delibera un “atto dovuto” è un alibi: la Regione Toscana ha l’autonomia per tirarsi fuori. Chiediamo alla Giunta di fermare i protocolli con le Prefetture e di impugnare la norma statale dinanzi alla Corte Costituzionale per tutelare la funzione pubblica del Servizio Sanitario.
Chiedere a un medico di attestare in pochi minuti l’idoneità alla reclusione di una persona vulnerabile violenta il Codice di Deontologia Medica e calpesta la legge sul consenso informato.
E d’altronde come si potrà nel corso della visita accertare — magari senza mediazione linguistica — la presenza di patologie, anche infettive, per cui non è sufficiente un esame obiettivo o, ancor più, l’assenza di fragilità psicologiche?
Per questo ci rivolgiamo alla responsabilità etica e professionale del personale sanitario, invitando le mediche e i medici e tutto il personale sanitario coinvolto del nostro territorio ad aderire alla campagna promossa da SIMM, ASGI e “Rete Mai più lager – No ai CPR” per la presa di coscienza e l’obiezione etico-deontologica perchè si eviti che l’atto medico venga privato del suo scopo di cura e diventi lo strumento burocratico per cui viene deciso chi deve essere rinchiuso in centri, bloccato alla frontiera o espulso.
Nessuna persona è “idonea alla vita in comunità ristretta”, per il solo fatto di non possedere un permesso di soggiorno. E d’altronde è opportuno ricordare che l’irregolarità del soggiorno non è un crimine, ma è il frutto di leggi ingiuste e irragionevoli: molti stranieri diventano irregolari per banali motivi burocratici, ad esempio perché hanno perso il lavoro (la legge Bossi-Fini lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro), o perché si sono visti rifiutare la domanda di asilo, o – ancora – perché sono arrivati in Italia con un visto turistico, che (sempre secondo la Bossi-Fini) non può essere trasformato in un permesso per insediamento stabile. Per capirci: può essere irregolare – e dunque può finire in un CPR – la signora georgiana che accudisce un pensionato, il cameriere bengalese o pakistano impiegato in un ristorante del centro storico, il manovale albanese che lavora in un cantiere edile, e così via.
I CPR non hanno nulla a che vedere con la cosiddetta “sicurezza” e con il contrasto alla criminalità. Si sprecano risorse pubbliche per infliggere sofferenze a persone per pura propaganda e alimentare quell’odio di cui certa politica si nutre.
Quello che sappiamo per certo è che i CPR sono luoghi di sospensione del diritto, che spesso versano in condizioni igienico-sanitarie vergognose, e la cui patogenicità — ovvero la capacità di procurare malattie e di far ammalare sia fisicamente che soprattutto psicologicamente — è ormai indiscutibile, come ampiamente descritto da ormai vasta letteratura scientifica e anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Per questo riteniamo che l’unica scelta possibile sia chiudere i CPR. Chiuderli tutti. Chiuderli subito.
