La vicenda dell’Ospedalino di Navacchio sta suscitando una comprensibile preoccupazione tra cittadini, lavoratori e amministratori. Il rischio di perdere 26 posti letto di cure intermedie e una ventina di posti di lavoro è un problema reale, che riguarda l’intero territorio pisano.
Proprio perché la questione è così importante, riteniamo necessario andare oltre la contingenza e leggere questa vicenda dentro il quadro più generale delle trasformazioni che hanno interessato il sistema sanitario italiano e toscano negli ultimi decenni.
La progressiva aziendalizzazione della sanità pubblica, avviata negli anni Novanta con le riforme che hanno trasformato le Unità Sanitarie Locali in Aziende Sanitarie, ha introdotto nella gestione del diritto alla salute criteri sempre più ispirati all’efficienza economica, al contenimento della spesa e alla logica del bilancio.
La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha attribuito alle Regioni competenze molto ampie in materia sanitaria. Se da un lato ciò avrebbe dovuto consentire una migliore programmazione territoriale, dall’altro ha prodotto una crescente frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale, accentuando le differenze tra territori e favorendo modelli organizzativi sempre più diversificati, spesso caratterizzati da un maggiore ricorso ai soggetti privati accreditati.
In Toscana questo processo ha trovato una delle sue espressioni più significative nella riforma sanitaria voluta dalla giunta regionale guidata da Enrico Rossi, che ha portato all’accorpamento delle Aziende Sanitarie e alla nascita delle grandi ASL di area vasta. Anche questa riforma è stata giustificata con la necessità di razionalizzare i costi e migliorare l’efficienza del sistema.
Tuttavia, la razionalizzazione non ha invertito il ricorso alle esternalizzazioni e alle convenzioni con soggetti privati o del cosiddetto privato sociale. Al contrario, in molti settori si è consolidato un modello nel quale servizi essenziali vengono erogati da strutture private accreditate, finanziate con risorse pubbliche.
L’Ospedalino di Navacchio rappresenta esattamente uno di questi casi.
La Casa di Cura Misericordia di Navacchio è infatti una struttura privata accreditata che gestisce, attraverso una convenzione con l’ASL Toscana Nord Ovest e l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, un Ospedale di Comunità destinato alle cure intermedie.
Oggi la Misericordia sostiene che le tariffe previste dalla convenzione non siano più sufficienti a coprire i costi di gestione e che, senza un adeguamento economico, il servizio non possa proseguire.
Non c’è nulla di sorprendente in questa posizione. Ogni soggetto privato, anche appartenente al terzo settore, è inevitabilmente chiamato a garantire il proprio equilibrio economico.
La domanda politica, però, è un’altra: può un servizio sanitario essenziale dipendere dalla convenienza economica di un soggetto privato? A nostro avviso, no.
Ed è proprio qui che si misura la differenza tra una semplice gestione dell’emergenza e una proposta politica di trasformazione. È indispensabile difendere i 26 posti letto oggi presenti nella struttura, perché rappresentano una risorsa fondamentale per la sanità territoriale e contribuiscono a ridurre la pressione sugli ospedali.
È altrettanto indispensabile garantire la tutela di tutti i lavoratori e le lavoratrici coinvolti: medici, infermieri, operatori socio-sanitari e personale della struttura non possono pagare il prezzo delle contraddizioni generate da questo modello organizzativo.
Sarebbe però un errore limitarsi a chiedere un semplice aumento delle risorse destinate alla convenzione. La vera questione è un’altra: se quel servizio è indispensabile per il territorio, allora deve essere il servizio sanitario pubblico a farsene direttamente carico.
Occorre aprire una discussione seria sul progressivo superamento del sistema delle convenzioni nei servizi essenziali, rafforzando la gestione pubblica diretta e riportando all’interno del Servizio Sanitario Nazionale quelle funzioni che oggi vengono affidate a soggetti esterni.
La difesa della sanità pubblica non consiste nel garantire la redditività delle convenzioni, ma nel garantire universalità, programmazione pubblica e controllo democratico dei servizi.
Difendere il diritto alla salute significa difendere i servizi. Difendere i servizi significa difendere i lavoratori.
Ma difendere lavoratori e cittadini significa anche avere il coraggio di mettere in discussione un modello di aziendalizzazione e privatizzazione strisciante che, ogni volta che una convenzione entra in crisi, trasforma un diritto costituzionale in una trattativa economica.
La soluzione non può essere rincorrere continuamente nuove convenzioni più remunerative.
La soluzione deve essere un Servizio Sanitario Nazionale e regionale che torni ad assumersi direttamente la responsabilità di garantire il diritto alla salute, senza affidarlo alle logiche del mercato, neppure quando esse si presentano sotto le forme, certamente più nobili, del privato sociale.
Non bisogna però rassegnarsi a rassicurazioni vuote. Occorrono garanzie immediate, nero su bianco, per il mantenimento della struttura, dei 26 posti letto e dei 20 posti di lavoro a rischio.
Segretaria Provinciale
Circolo di Cascina
