Rifondazione Comunista: “Nessun provvedimento disciplinare per lavoratori GEOFOR, grave atto intimidatorio”


Ci troviamo increduli a dover commentare la lettera pervenuta ai lavoratori della raccolta differenziata di Geofor, da parte della Commissione di Garanzia dell’Attuazione della Legge sullo Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali, che chiede esplicitamente all’azienda di procedere nei confronti dei lavoratori che si sono astenuti dalle prestazioni lavorative del 19-20-21 marzo con procedimenti disciplinari, escludendo il licenziamento.


Nonostante questa precisazione, la lettera è piuttosto chiara nel rimarcare il ritardo dell’azienda nel dotare i dipendenti dei D.P.I. disponibili in quel momento, come è altrettanto chiara sull’evidenziare il particolare momento storico in cui si svolgeva la vicenda.


Pensiamo, perciò, che tale lettera abbia soltanto un preciso intento intimidatorio nei confronti dei lavoratori: un gesto irresponsabile in un momento difficoltoso per chi è costretto a lavorare perché svolge un servizio igienico essenziale per la comunità.


Chiediamo a Geofor di non procedere a nessun provvedimento disciplinare e rafforzare piuttosto l’impegno nel dotare i lavoratori di tutti i D.P.I. e servizi igienico-sanitati necessari per svolgere al meglio il loro lavoro.


Solo con senso di responsabilità e coscienza del momento attuale, complicato per tutti, si può garantire piena sicurezza ai lavoratori e massima efficacia e qualità del servizio ai cittadini.


Coordinamento provinciale PRC Pisa

UN PIANO PER IL FUTURO: COLLETTIVIZZAZIONE E COOPERAZIONE AL POSTO DI PROPRIETÀ PRIVATA, LIBERO MERCATO, CONCORRENZA

[Contributo a cura del Circolo Gramsci, Pisa]


1. Premessa generale: una pandemia che trasformerà il mondo


La situazione creata dalla pandemia ha messo a nudo le contraddizioni e le fragilità del nostro sistema di produzione e di sviluppo, improntato alla mercificazione di ogni ambito dell’esistenza e della natura.


Più del 70% delle malattie infettive che hanno colpito gli esseri umani negli ultimi trent’anni, di cui il covid-19 è soltanto l’ultima, hanno derivazione animale. La loro insorgenza ha connessioni strutturali con i cambiamenti climatico-ambientali e con il modello socio-economico: fenomeni come il riscaldamento globale, la deforestazione, l’uso intensivo delle terre e l’espansione delle città, specialmente nei paesi in via di sviluppo, costringe molti animali selvatici a migrare, determinando maggiori opportunità per i patogeni di transitare da una specie all’altra, fino agli esseri umani. A loro volta, il contagio e la rapidissima diffusione del virus, che ha raggiunto in breve tempo la dimensione di una pandemia, sono dovuti all’altissima concentrazione di persone nelle metropoli, milioni di persone che nella maggior parte dei casi appartengono a fasce basse e medio basse della popolazione, quindi costrette ad una esposizione senza protezioni agli agenti patogeni, in condizioni igienico-sanitarie non appropriate.


Nel caso dell’Italia, la pandemia si è diffusa in modo particolare nelle zone del nord, quelle a più alta densità e concentrazione di persone nelle fabbriche e nei magazzini, così come nei mezzi di trasporto pubblici (metro, treni, pullman, bus), ma anche per la presenza di polveri e particolato nell’aria inquinata che, secondo i primi studi, favoriscono la diffusione del virus. Tutto ciò evidenzia che la produzione per la produzione, la spremitura di uomini e donne in uno sfruttamento intensivo in cui sicurezza e salute sono sacrificabili non producono sviluppo umano e civiltà, ma crescita patologica che provoca crisi non più solamente sul piano economico sociale, ma anche su quello sanitario.


Si è reso palese che paesi con un sistema diverso da quello liberal-democratico non solo hanno saputo affrontare in maniera efficace la situazione, ma hanno anche dato un contributo di aiuti disinteressati ad altri paesi più colpiti, inspirati alla solidarietà internazionale e non ad un calcolo economico-politico. I mezzi di informazione di regime, dopo i primi giorni in cui il bisogno e l’emergenza suscitavano ancora una spontanea riconoscenza per gli aiuti dalla Cina, da Cuba, dalla Russia, sono stati ben presto rimessi in riga, riallineandosi alla retorica dominante che bolla automaticamente come autoritarie e dittatoriali tutte le forme di governo che non seguono il modello capitalistico occidentale. Addirittura, il Presidente della Toscana Enrico Rossi è arrivato ad affermare che non si sarebbero dovuti accettare gli aiuti dalla Russia, il quanto si sarebbe trattato solo una mossa propagandistica del governo.


La verità che emerge e che dovremo sostenere, con argomentazioni più documentate e articolate, è che alcuni paesi a economia pianificata, o comunque non allineati alle liberal-democrazie capitalistiche, hanno gestito e stanno gestendo molto meglio l’emergenza covid-19, di quanto non sia stato capace di fare ad esempio il Regno Unito (col premier Boris Johnson stesso in terapia intensiva dopo aver sottovalutato la situazione e aver quasi auspicato una selezione naturale della popolazione), o di come stiano facendo gli Stati Uniti, dove la mancanza di un sistema sanitario pubblico sta provocando migliaia di morti in pochissimi giorni, con una sovra-rappresentazione tra le classi popolari e le minoranze etniche.


Non solo: paesi che vengono considerati “regimi”, solo perché hanno un sistema economico-sociale (almeno parzialmente) collettivizzato e pianificato, o comunque un’economia in cui lo Stato ha un ruolo preminente sul mercato a difesa della popolazione, hanno dato (o offerto) un contributo rilevante in termini di aiuto ad altri paesi, mettendo a disposizione risorse, competenze, medici e medicinali in nome della solidarietà internazionalista. Ovviamente, ci riferiamo a Cina, Cuba, Russia e Vietnam. I paesi cosiddetti amici dell’UE e Stati Uniti hanno fatto di tutto per sottrarci commesse di mascherine e di ventilatori polmonari, e cercano di sfruttare l’emergenza per poi provare a saccheggiare le risorse sociali e i beni pubblici (sanità, trasporti, servizi) messi in vendita sul mercato delle privatizzazioni allo scopo di restituire il debito contratto: sarà necessario che queste cose non vengano dimenticate.


2. Siamo tutti sulla stessa barca?


Fino a questo momento non ci sono farmaci né preventivi, né curativi del covid-19: ognuno, dunque, sul pianeta è potenzialmente esposto al virus? Ma tale potenziale esposizione non è ugualmente distribuita tra la popolazione, ma segue chiare linee di classe e di genere. Non solo perché gli appartenenti ai ceti privilegiati possono accedere ai controlli (tamponi) anche ricorrendo a laboratori privati a pagamento, mentre ci sono moltissime persone che non hanno potuto essere controllate prima che si ammalassero; ma anche perché moltissimi lavoratori e lavoratrici (anche in comparti e attività sicuramente non necessarie ed essenziali) sono stati costretti a continuare a lavorare in posti di lavoro affollati, raggiunti con mezzi di trasporto pubblici e comunque con turni in cui il distanziamento sociale è stato praticamente impossibile da mantenere. Le responsabilità di governatori e amministratori soprattutto lombardi, ma in parte anche del governo nazionale, sono tutte qui: nella subalternità ai diktat delle associazioni padronali che hanno impresso un classe a questa emergenza e alla sua gestione: le restrizioni imposte ai singoli cittadini, giustificate per impedire che si possano formare spontaneamente assembramenti rischiosi, cozzano pesantemente con le pretese aziendali e padronali di continuare a produrre, vendere, esportare mettendo a repentaglio sicurezza e salute di lavoratori e lavoratrici e dei loro familiari. Solo mobilitazioni e scioperi indetti dalle organizzazioni sindacali di base e confederali hanno fatto sì che il governo correggesse, almeno parzialmente, la linea di totale accondiscendenza a Confindustria. Tra gli altri esempi, le mobilitazioni di lavoratori dell’igiene ambientale, che hanno (in parte) ottenuto dalle aziende le protezioni per il servizio essenziale di raccolta dei rifiuti.


La situazione di emergenza è stata aggravata nel nostro paese, come in Spagna, dall’attacco prolungato e sistematico subito dalla sanità pubblica, sottoposta a tagli pesantissimi imposti prima dall’ideologia dell’efficienza del privato, poi dalle politiche di austerità e dal vincolo di bilancio (che è stato inserito nell’articolo 81 della Costituzione), finalizzati ufficialmente al rientro dal debito pubblico. Questo ammonta attualmente a quasi 2mila mld e mezzo di euro che, in rapporto ad un PIL prima stagnante e adesso in decisa caduta, dà un rapporto che dal 135% circa salirà a quasi il 160%. L’obiettivo imposto dall’Unione Europea all’Italia di dimezzare il rapporto debito/PIL nei prossimi anni diverrà ancora più irraggiungibile, con una crescita già irrisoria prima, e con la pesante crisi economico-sociale come si va profilando. Non dobbiamo però dimenticare che il nostro avanzo primario, ossia la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato al netto della spesa per interessi sul debito, è sempre stato positivo dal 1992 a oggi (con la sola eccezione del 2009). Il problema è che siamo costretti a pagare tra i 60 e i 70 mld di euro, ossia tra il 3,5% e quasi il 4% del PIL, ogni anno per gli interessi sui buoni tesoro venduti sui “liberi mercati” della speculazione interna e internazionale.
Per ottenere questo infelice risultato, i governi nazionali allineati alle politiche dell’UE e della BCE hanno adottato nel corso degli ultimi anni tagli devastanti allo Stato sociale (sanità, pensioni, istruzione, università e ricerca): insomma, tutto quello che oggi sarebbe risultato necessario per affrontare in maniera migliore la pandemia e la crisi economico-sociale conseguente. Come dimostrano le resistenze a adottare una politica di socializzazione del debito a livello europeo, e il persistente tabù che proibisce alla BCE di fare ciò che le altre grandi banche centrali fanno, ossia emettere moneta per acquistare direttamente il debito sovrano degli Stati membri, siamo di fronte ad un problema strutturale: i trattati  fondativi dell’Unione Europea e della moneta unica sono costruiti per determinare un mercato unico semi-coloniale in cui i vantaggi, derivanti dalla forza internazionale dell’euro per l’acquisto di materie prime ed energia, sono stati (e saranno) pagati a caro prezzo dai proletari dei vari paesi, ma in particolare da quelli dei paesi più fragili finanziariamente e fiscalmente, con un apparato produttivo frastagliato e principalmente incentrato sulle piccole-medie aziende, da cui deriva una minore produttività e un PIL più basso e incerto. Inoltre, la presenza nel sistema dell’euro dei paesi del Sud Europa, con le loro debolezze strutturali, mantiene il tasso di cambio dell’euro con le altre valute ad un livello molto più basso di quello che la Germania avrebbe sopportato con una sua moneta nazionale, e questo fa guadagnare competitività internazionale al capitalismo tedesco, a svantaggio degli altri paesi.


3. Un piano per la collettivizzazione dei settori strategici: punti programmatici e proposte politiche


Non è pensabile che si possa uscire dalla situazione attuale, che determinerà una crisi economico-sociale di enorme portata al momento persino difficile da immaginare, semplicemente aspettando il “ritorno alla normalità” ovvero mantenendo immutate struttura economico-finanziaria e relazioni socio-economiche attuali.


Persino Mario Draghi, “l’uomo del sistema” che ha gestito la BCE nella tempesta perfetta della crisi finanziaria scoppiata nel 2008, ha compreso che occorre sostenere il libero mercato con un forte puntello di garanzia da parte degli Stati sovrani. Il keynesismo garantista di Draghi (non riformista: qui lo stato acquista un ruolo di garante presso il sistema bancario per finanziare le imprese, non certo di intervento diretto nell’economia né di controllo sulla produzione di moneta) è una forma di correzione (almeno temporanea) del liberismo puro predicato in questi decenni. Ciò significa che si è aperto uno scontro politico-economico tra il settore della classe dominante che punta prioritariamente alla rendita speculativo-finanziaria (incarnato dalla Lagarde), col rischio di nuovi crolli bancari a breve-medio periodo, e il settore della classe dominante che intende invece riattivare la capacità produttiva per la valorizzazione del capitale e l’estrazione del profitto dalla forza-lavoro.


La ricetta di Draghi (che già qualcuno, anche nella attuale maggioranza, pensa possa ricoprire il ruolo di futuro presidente del consiglio) resta confinata nel recinto del sistema capitalistico, senza neppure la prospettiva del keynesismo riformista o interventista: ridefinirà i rapporti di forza all’interno della borghesia, a sostegno delle componenti nazionali e internazionali meno legate alla rendita finanziaria.


I provvedimenti che sono stati presi dal governo indicano un orientamento per lo più corretto, ma moderato e comunque provvisorio: assunzione di medici e infermieri, cassa integrazione anche in deroga per lavoratori e lavoratrici (degli appalti, in particolare) fermi per la sospensione delle attività, interventi a sostegno dei lavoratori autonomi e dei co.co.co, proposte di un “reddito di emergenza” e di un fondo di solidarietà progressivo (che pareva condiviso nel governo e dalle principali sostenitori della maggioranza, ma che invece sembra piuttosto contrastato all’interno del Partito Democratico e non gradito al democristianissimo Conte).Più che provvedimenti anche adeguati, ma che restano estemporanei e frammentari, ciò di cui il paese ha urgente necessità è un vero e proprio piano di ricostruzione delle attività produttive e distributive, nonché di riconversione sociale e ecologica della produzione. Occorre ripensare radicalmente il sistema, per consentire di affrontare in sicurezza il riavvio delle relazioni sociali (innanzitutto quelle produttive e lavorative) e dei trasporti, mettendo al centro dell’azione l’universalismo dei diritti (alla salute, alla previdenza, al reddito, all’occupazione, all’istruzione, alla casa, al trasporto pubblico). Un simile ripensamento di sistema deve fondarsi su un vero e democratico ruolo attivo del settore pubblico nell’economia, che punti alla nazionalizzazione (e alla socializzazione) dei settori strategici della produzione, della distribuzione e del credito oltre che all’ovvio e necessario rafforzamento dei servizi pubblici tramite investimenti massicci, per costruire ospedali, riattivare presidi territoriali, pronto soccorso, restituire posti letto, implementare e rafforzare la medicina sociale e territoriale. Per raggiungere questi obiettivi, occorre che lo Stato riacquisti sovranità in ambito monetario e fiscale, che si ristrutturi e rinegozi il debito pubblico accumulato a causa della spesa per interessi, che si ritorni ad una tassazione equa perché fortemente progressiva sia cui redditi che sui patrimoni, che si faccia una lotta dura contro la grande evasione fiscale e contro i paradisi fiscali, a partire da quelli europei, che si ponga un freno alla libera circolazione dei capitali a partire da quelli speculativi.


Risorse aggiuntive per finanziare la spesa sociale straordinaria e ordinaria possono e devono essere recuperate dalla riduzione drastica delle spese militari annue, a partire dal ritiro di tutti i soldati impegnati nelle missioni militari all’estero e dall’immediata disdetta dei contratti di acquisto degli F35, e dall’abbandono di inutili, dispendiose e nocive opere pubbliche, come il TAV.


Occorre ripensare il modello strutturale (inteso anche come edifici) e sociale della sanità: oggi, sia per criteri costruttivi che per scelte politiche, come in Toscana, gli ospedali sono stati costruiti privilegiando macrostrutture a scapito dei piccoli ospedali diffusi sul territorio, che si sono rivelate meno adatte al contenimento dell’epidemia.


Anzi, in molti casi ne sono divenuti la principale fonte di diffusione. Questa situazione è ancora più critica considerando che, in assenza a breve di coperture vaccinali estese, l’epidemia secondo modellistiche scientifiche è prevista ripetersi in almeno due-tre nuove ondate. Per questi motivi è necessario chiedere da subito la riapertura di strutture ospedaliere territoriali direttamente gestite dal sistema sanitario regionale e nazionale. Nella nostra regione qualche timido tentativo di reperire strutture per ospitare esclusivamente malati covid è stato fatto, ma gli esiti e soprattutto la gestione sembrano del tutto controversi. Senza addentrarsi troppo nei dettagli, è evidente che il coinvolgimento a volte scoordinato del privato sociale non è di aiuto: anzi, al contrario potrebbe palesare anche in un contesto così drammatico, la volontà di mantenere rendite di posizione, o peggio situazioni clientelari.


È quindi necessario potenziare i servizi territoriali, anche requisendo laboratori e cliniche private, o almeno inquadrarli con i criteri del settore pubblico, e mettere da parte il cosiddetto privato sociale.


4. Un piano per l’occupazione, i salari, le pensioni, garanzie sociali e diritti per lavoratori e lavoratrici: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e assunzioni di personale per differenziare i turni di lavoro e servizio


In queste settimane in molti comparti dell’amministrazione pubblica e privata si è diffusa la forma del lavoro da casa, in remoto, a distanza, agile (smart working): questo tipo di lavoro predispone molti lavoratori e lavoratrici ad una forma di lavoro che, se non regolamentato, può diventare una vera e propria forma di asservimento.


Occorrerà che sul piano sindacale, ma anche sul piano politico, si vigili perché i carichi di lavoro siano rimodulati (intanto sulla base delle norme per la sicurezza dei lavoratori con videoterminali), con l’individuazione di orari definiti e con la garanzia del diritto alla disconnessione; ma, soprattutto, occorrerà controllare che questa forma di lavoro non divenga legittimazione e giustificazione per un ridimensionamento dell’occupazione, che colpirebbe innanzitutto precari e contrattisti a tempo determinato, stagionale, interinale, a progetto.


Occorrerà rimettere al centro dell’attenzione politica e sindacale la questione salariale. Nel corso degli ultimi trent’anni la quota di PIL destinata a pagare il lavoro si è drasticamente ridotta, a vantaggio dei profitti aziendali. I bassi salari sono il risultato di varie tendenze, che vanno una ad una invertite: la forte precarizzazione e frammentazione delle forme contrattuali, risultato di decenni di “riforme” del mercato del lavoro tutte sbilanciate a favore delle imprese e delle necessità di risparmio della pubblica amministrazione: la proliferazione del sistema degli appalti e dei subappalti, nel quadro della terziarizzazione dell’industria e della privatizzazione dello Stato sociale; l’uso strumentale e razzista della forza-lavoro migrante costretta ad accettare retribuzioni e condizioni di semi-schiavitù a causa di norme iper-restrittive sui visti di ingresso e sui permessi di soggiorno.


La nostra proposta di fase è quella di una riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, contestualmente ad un piano di assunzioni che coprano le esigenze delle aziende e delle amministrazioni pubbliche: in questo modo si potranno riorganizzare i turni e le presenze nelle unità produttive, distributive, amministrative in modo da garantire spazi e distanziamenti adeguati; inoltre, questa riorganizzazione permetterà di garantire a tutte e tutti di trovare un impiego che produca un adeguato reddito per ognuno, senza che queste “nuove” forme di lavoro, allargate anche a chi tradizionalmente non vi era stato coinvolto, e quindi abituato senza la fretta dell’emergenza, si trasformino in un’invasione della vita privata e di una sostanziale corrispondenza tra tempo di vita e tempo di lavoro.


Non possiamo sottovalutare le ripercussioni che può avere a livello sociale, ma anche familiare e psicologico, l’interruzione della distanza – spaziale e temporale – delle diverse attività, amplificando problemi già esistenti come la difficoltà di sindacalizzazione dei lavoratori (complici certamente le differenti situazioni contrattuali) e la disparità di genere che vede, spesso, affidare il completo lavoro di cura alle donne: conciliare questo con l’attività lavorativa può diventare, all’interno dell’ambiente domestico, assolutamente impossibile.


Non possiamo neppure sottovalutare le conseguenze della crisi (attuale e prevedibilmente futura) sulla pelle delle moltissime persone che, già prima dell’emergenza sanitaria, vivevano vicini alla soglia di povertà, arrabattandosi intorno al minimo necessario, con lavori occasionali e – spesso – al nero, tutte condizioni di disagio sociale che facevano parte del cosiddetto “sommerso”, prima, e che non vengono raggiunte dalle forme di assistenza, oggi.


Il Governo ha infatti scelto di dare una risposta tutta istituzionale, e spesso non sufficiente, a situazioni esterne al raggio delle istituzioni: difficoltà linguistiche, invisibilità sostanziale, muri culturali e perfino tagli di finanziamenti che negli anni hanno impedito agli organi competenti di raggiungere una quantità infinita di persone, che sono oggi le stesse che – per i medesimi motivi – non possono accedere alle diverse forme di sussidio e assistenza previsti. È per questo che si fa oggi più urgente che mai la richiesta di un reddito universale per tutti e tutte, che possa dare una tregua alle situazioni più emergenziali e che renda lo Stato il garante del diritto alla vita e ad un’esistenza dignitosa, riprendendosi una responsabilità troppo spessa delegata alle associazioni di volontariato e del terzo settore che svolgono un lavoro apprezzabile, ma per definizione resistenziale e residuale.


Dovrà essere lo Stato, invece, a correggere gli errori con cui è stato impostato l’attuale Reddito di Cittadinanza, tramite una scelta che possa far uscire le persone dal ricatto “di un lavoro” per spostarsi, con dignità, al riconoscimento del ruolo sociale e di emancipazione personale “del Lavoro”. Maggiore respiro economico vuol dire meno pressione sulle famiglie, potenziale allentamento delle troppe situazioni di difficoltà e di violenza domestica in cui, per esempio, la detenzione di un solo salario – specie se insufficiente – impedisce nei fatti di interrompere il circuito della brutalità. “Restare a casa”, palesa oggi tutti i problemi per coloro ai quali queste parole suonano come una condanna e non una speranza, per altro tutta borghese, in quanto molti (troppi) non hanno neppure una casa dove rimanere. Dobbiamo pretendere che sia lo Stato ad occuparsi oggi di queste difficoltà e come comunisti vigiliamo e agiamo perché si eviti l’inasprimento delle ingiustizie sociali, mostrando il fallimento conclamato di questo sistema economico-sociale e operando per abolire il presente modo di produzione e gestione fondato sullo sfruttamento e sul profitto.


È per questo che si fa oggi più urgente che mai la richiesta di un reddito universale per tutti e tutte, che possa dare una tregua alle situazioni più emergenziali e che renda lo Stato il garante del diritto alla vita e ad un’esistenza dignitosa, riprendendosi una responsabilità troppo spessa delegata alle associazioni di volontariato e del terzo settore che svolgono un lavoro apprezzabile, ma per definizione resistenziale e residuale.


Dovrà essere lo Stato, invece, a correggere gli errori con cui è stato impostato l’attuale Reddito di Cittadinanza, tramite una scelta che possa far uscire le persone dal ricatto “di un lavoro” per spostarsi, con dignità, al riconoscimento del ruolo sociale e di emancipazione personale “del Lavoro”. Maggiore respiro economico vuol dire meno pressione sulle famiglie, potenziale allentamento delle troppe situazioni di difficoltà e di violenza domestica in cui, per esempio, la detenzione di un solo salario – specie se insufficiente – impedisce nei fatti di interrompere il circuito della brutalità.
“Restare a casa”, palesa oggi tutti i problemi per coloro ai quali queste parole suonano come una condanna e non una speranza, per altro tutta borghese, in quanto molti (troppi) non hanno neppure una casa dove rimanere. Dobbiamo pretendere che sia lo Stato ad occuparsi oggi di queste difficoltà e come comunisti vigiliamo e agiamo perché si eviti l’inasprimento delle ingiustizie sociali, mostrando il fallimento conclamato di questo sistema economico-sociale e operando per abolire il presente modo di produzione e gestione fondato sullo sfruttamento e sul profitto.

A PRANZO NO, INSIEME SÌ

⭐ Una Comunità non si può fermare mai, nemmeno in questa situazione.
Ma purtroppo si è fermata la nostra attività sociale e non potremo condividere la gioia e la compagnia dei tradizionali pranzi del #25aprile e del #1maggio.

Per questo motivo ti chiediamo di contribuire con una piccola donazione (anche da 15 € ) per tenere in piedi il nostro Partito e la Comunità di tutti e tutte noi, in attesa di rivederci e abbracciarci a pugno chiuso! ✊


IBAN IT29O0103025300000000775095


CONSEGNA MASCHERINE A PISA: PER LA DESTRA I FUORISEDE HANNO MENO DIRITTO ALLA SALUTE DEI RESIDENTI


Pisa, 17 aprile 2020

Le modalità scelte dall’Amministrazione comunale per la distribuzione delle mascherine agli studenti e alle studentesse fuorisede rimaste a Pisa durante l’epidemia di Covid-19 confermano nuovamente la considerazione riservata dalla giunta leghista a chi viene a studiare in questa città: un corpo estraneo, di cui non occuparsi, utile solo per l’elargizione di denaro tramite gli affitti troppo spesso in nero.

Poco vale il contributo sociale e culturale di una comunità universitaria attirata da tre Università, poco importa considerare gli studenti e le studentesse come un polmone di questa città.


In una prima fase, il Comune ha deciso di non considerare la popolazione non residente a Pisa tra coloro ai quali garantire DPI, dispositivi di protezioni individuali necessari a tutelare la salute – propria e altrui – e ad impedire i contagi. In un secondo momento, grazie allo sforzo dell’Università di Pisa, ha ricevuto gli elenchi dei nominativi e delle abitazioni degli studenti e delle studentesse: sarebbe bastato aggiungerli alle consegne che già veniva effettuato al domicilio per i residenti.
Al contrario, l’Amministrazione ha stabilito, in barba alle indicazioni del DSU e dei decreti che regolamentano il distanziamento sociale, di convocare gli studenti e le studentesse fuori sede presso il palazzo comunale per scaglioni in base al cognome. Una convocazione peraltro tardiva, in modalità difficilmente fruibili dagli studenti e dalle studentesse.
Ma non bisogna “stare a casa” perché “andrà tutto bene”? Non a Pisa, non per gli studenti e le studentesse costretti in lunghe file e ad inevitabili assembramenti per dotarsi della tanto sospirata mascherina. Come si immagina possibile venire incontro a 4000 richieste in 4 giorni?
Tutto questo avviene, inoltre, dopo giorni di lamentele e segnalazioni da parte delle e dei fuorisede per vedersi riconoscere un diritto sacrosanto che il Sindaco – per esercitare correttamente e a pieno le proprie funzioni, anche di autorità sanitaria – avrebbe dovuto preoccuparsi di garantire senza alcuna  sollecitazione, facendosi semmai parte attiva con l’Università e i corpi volontari di protezione civile.


Chiediamo che nei primi giorni della prossima settimana il sindaco renda pubblici i dati della reale affluenza degli studenti e delle studentesse che abbiano scelto di recarsi in comune nonostante le condizioni assolutamente non dignitose che sono state loro riservate. Se insufficienti, l’Amministrazione si faccia carico delle proprie responsabilità e provveda a distribuire presso i domicili le mascherine non ritirate. Siamo di fronte ad una scelta una modalità illogica, inutilmente macchinosa e pericolosa sia per gli e le fuorisede, che per il personale addetto a questa distribuzione.


Giovani Comunisti/e Pisa

Diritti In Comune (Una città in Comune – Rifondazione Comunista – Pisa Possibile)

“E’ giunto il momento di estendere la responsabilità sociale ad aziende quotate su mercati finanziari e usare il profitto per coprire stipendi”

A cura del Coordinamento Provinciale PRC Pisa

Pisa 11 aprile 2020. È del tutto evidente che il protrarsi di questa situazione di fermo economico produrrà una crisi dalla quale potrebbe risultare difficile uscire in tempi brevi e senza un drammatico aumento degli effetti negativi sulle fasce più deboli della popolazione e l’inasprimento delle disuguaglianze. Inoltre, come viene previsto a livello scientifico, la possibile ripresa dell’epidemia aggraverebbe la situazione. “Io resto a casa” può sembrare una soluzione immediata per il contenimento dell’epidemia, ma in assenza di una strategia più complessiva rischia di essere uno strumento ingestibile e soprattutto di produrre danni economici irreversibili.
Il lockdown di queste settimane sta, infatti, palesando un paradosso: da un lato situazioni di estremo disagio, come nel caso di attività congelate o perdute degli operatori del settore della ristorazione e del turismo, mentre parallelamente molti dipendenti – pubblici e non – vedono aumentare i depositi tramite lo smartworking domiciliare a stipendio pieno, a fronte di una spesa sicuramente più contenuta. Nessuna delle variazioni previste nel Decreto del 10 aprile modifica nei fatti questa situazione, che continua nel solco delle ultime settimane: una apertura verso deroghe eccezionali a poche attività ma senza tutelare pienamente né i lavoratori né una ripresa economica.
La responsabilità sociale deve essere obbligatoriamente estesa alle imprese ed in particolare alle S.p.A quotate sui mercati finanziari. Sarebbe assurdo, infatti, pensare che tali società possano elargire i dividendi relativi agli utili del 2019 proprio in questi giorni. Il governo dovrebbe impedire per decreto tale possibilità, obbligando le società ad utilizzare gli utili per coprire i salari dei lavoratori e per gli investimenti. Non sarebbe infatti accettabile che, a fronte della divisione degli utili, la fiscalità generale – tramite INPS – sostenesse la cassa integrazione magari della stesse aziende. In Toscana, questo paradosso potrebbe essere ben rappresentato dalla società Toscana Aeroporti, che in passato aveva provveduto a dividere fra gli azionisti oltre il 90% degli utili (9,8 milioni) in concomitanza con le esternalizzazioni di alcuni rami aziendali. In questo caso dovrebbe essere anche la Regione ad intervenire direttamente.
Come già affermato precedentemente, pare che in questa fase non si stiano elaborando strategie di contenimento tali da far ripartire le attività economiche in condizioni di sicurezza. Anzi, la proposta di adottare test sierologici o il tampone per “certificare” aziende coronavirus-free, potrebbe palesare una pericolosissima scorciatoia. Al contrario, si dovrebbe invece pretendere l’adozione e il rispetto assoluto di protocolli di sicurezza, quindi uso di DPI veri, riduzioni delle compresenze con limitazioni di orario e turnazioni. Ovviamente in questo contesto è necessario il coinvolgimento dei sindacati. Prevenzione e protezione che dovrebbe estendersi al sistema strutturale e infrastrutturale. Limitare la grande distribuzione dovrebbe essere un altro punto su cui intervenire immediatamente, non tanto e non solo per le evidenti implicazioni epidemiologiche, ma anche per quelle sociali. La crescita degli utili della grande distribuzione di queste settimane la dice lunga sulla potenzialità di tornare ad una diffusione delle attività di vicinato e di sostegno delle produzioni locali. In questo caso sarebbe importante la pressione dei comuni, anche attraverso iniziative proprie come le aperture di spacci locali.
In via del tutto non teorica, la prevenzione può essere sostenuta anche tramite il diritto universale all’accesso a cibo di qualità, che sicuramente non può essere sostenuto dalla logica del profitto della grande distribuzione.

REDDITO PER TUTTI E TUTTE: CI SI SALVA E SI VA AVANTI SOLO INSIEME

A cura di: GIOVANI COMUNISTI/E Pisa

Come Giovani Comunisti/e di Pisa aderiamo e rilanciamo con convinzione la campagna nazionale portata avanti dalla giovanile e da Rifondazione Comunista tutta, in adesione alla petizione lanciata da BIM Italia per l’allargamento del reddito di cittadinanza a tutti e a tutte. La necessità di un reddito di base universale è diventata prepotentemente attuale nel momento di emergenza che stiamo affrontando: quante le famiglie che sono ad oggi escluse dagli ammortizzatori sociali? Quanti gli individui tagliati improvvisamente fuori dal mondo del lavoro? Quante le persone che fino ad oggi erano riuscite a sopravvivere solo tramite il lavoro nero, gli stage, i tirocini, il lavoro precario e quello occasionale? Quante le persone, sulla nostra costa, che pagheranno il ritardo, se non la cancellazione, della stagione estiva? Quanti i soggetti che da anni vivono sotto il ricatto di un lavoro non sicuro, mal pagato, a condizioni indignitose ma che spesso sono “meglio di niente”?

Il reddito di base diventa in questa fase la traduzione del diritto all’esistenza, per uscire dal ricatto di condizioni di lavoro che ci chiedono di scegliere tra un reddito e la nostra salute. È una risposta alla mancanza di liquidità per i propri bisogni essenziali oggi, e una tutela per la crisi economica che ci investirà, domani, alla fine di quella sanitaria.

Chiediamo che sia riformata la misura del cosiddetto Reddito di Cittadinanza, per estendere e ampliare significativamente la platea di tutti e tutte coloro che sono esclusi da questa forma di sussidio, i poveri esclusi da diverse forme di assistenza, gli stranieri e i lavoratori del sommerso. Chiediamo che vengano semplificate le procedure di richiesta alla contribuzione e adattata allo stato eccezionale in cui moltissimi lavoratori e moltissime lavoratrici si sono improvvisamente trovati.

Tutto questo deve necessariamente coordinarsi con la garanzia della messa in sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici che non possono rimanere a casa: come ci suggerisce la nostra cronaca locale, in questi casi sono necessari protocolli più stringenti per tutelare i lavoratori e le lavoratrici tramite l’uso di DPI appropriati e modelli di organizzazione del lavoro che eliminino il rischio del contagio.

Che il Lavoro torni ad essere un diritto e uno strumento non di ricatto ma di emancipazione personale e fattore positivo per il proprio sviluppo individuale e collettivo, proprio ora che la mancanza di esso rischia di trasformarsi in problemi psicologici per tutti e tutte e causa dell’inasprimento delle situazioni già drammatiche all’interno delle famiglie.

Contro la violenza del Capitale, noi vogliamo il reddito di base universale. Contro le sofferenze individuali, noi diciamo che la soluzione si raggiunge solo tutti e tutte insieme.

Per questo ci mettiamo la faccia e estendiamo l’invito a partecipare alla foto petizione.

RICATTI PADRONALI AI LAVORATORI DI ATI: RITIRARE IMMEDIATAMENTE LE SANZIONI

Pisa 4 apr 2020

Il 23 marzo alcuni lavoratori dell’Ati, azienda che lavora per la raccolta dei rifiuti in tutta la #Valdera, si sono rifiutati di lavorare facendo presente che gli erano stati forniti dei DPI (dispositivi di protezione individuali) insufficienti visto il diffondersi del #coronavirus. Le linee guida dell’istituto di sanità stabiliscono che per quanto riguarda il settore ambiente e gestione dei rifiuti devono essere utilizzate mascherine del tipo Ffp2 e non semplici mascherine usa e getta come quelle fornite ai lavoratori.
Per tutta risposta l’azienda ha inviato una lettera nella quale li accusa di essersi rifiutati di eseguire la prestazione lavorativa senza un motivo legittimo.
Sono stati accusati di insubordinazione ai superiori e rischiano di perdere il lavoro per aver fatto valere i propri diritti. L’Ati aveva il dovere di fornire ai lavoratori le protezioni necessarie per poter svolgere il lavoro in sicurezza. Cercare di scaricare le proprie mancanze sui lavoratori è un comportamento irresponsabile e vigliacco.
Ma la responsabilità non è soltanto di Ati, ma anche del CDA di #Geofor che, in quanto società appaltante, ha il dovere di vigilare. Chi lavora in ATI e nelle cooperative degli appalti, deve veder riconosciuto il proprio diritto alla parità di condizioni rispetto ai lavoratori Geofor, non solo per quanto riguarda la retribuzione, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la propria sicurezza, in special modo nel momento di crisi sanitaria che stiamo vivendo.
ATI ritiri immediatamente i provvedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori e si impegni a garantire e rispettare i più stringenti protocolli per tutelare i lavoratori tramite l’uso di DPI adeguati e modelli organizzativi del lavoro che eliminino il rischio del contagio.
Ai lavoratori colpiti dal provvedimento va la nostra più totale solidarietà. A loro ed i loro colleghi va il nostro ringraziamento perché nonostante il periodo garantiscono un servizio essenziale per tutta la cittadinanza.

“#BUONISPESA: Ai Comuni affidata la fatica di gestire una misura che non basta, serve innescare un circolo virtuoso o sarà impossibile far bene “

A cura di

Coordinamento PRC Pisa

Pisa 1 aprile 2020

«Lo Stato c’è e nessuno sarà abbandonato». Con queste parole il premier #Conte ha eccessivamente esaltato lo sblocco anticipato delle risorse destinate ai comuni e attinti direttamente dal fondo di solidarietà. Non si tratta, quindi, di nuove risorse destinate alla sussistenza delle tante famiglie in seria difficoltà, ma di un anticipo di somme già spettanti ai Comuni.

È lo stesso ministro #Gualtieri che definisce la manovra «ossigeno immediato per i Comuni», i medesimi Comuni che sono stati per anni vittime del patto di stabilità e conseguenti tagli enormi sul piano economico-finanziario; Comuni che si trovano in queste ore investiti dell’impegno oneroso di organizzare la distribuzione dei buoni spesa ai propri cittadini bisognosi che ne faranno richiesta. Come poter svolgere al meglio il proprio ruolo di istituzione più prossima alla cittadinanza? La richiesta del Governo è che i Comuni, dopo essere stati per anni svuotati di competenze e di risorse, diano una risposta tutta istituzionale a dei bisogni che, troppo spesso, sono sfuggiti dall’ambito istituzionale stesso. Sono moltissime le famiglie in grave situazione di disagio economico e sociale che già prima dell’emergenza #Covid19 erano escluse dalle diverse forme di aiuto per limiti culturali, linguistici, sociali o legali, perché senza cittadinanza o perché impossibilitati ad autocertificare i propri piccoli lavoretti al nero. Oggi, nelle condizioni di restrizione che tutti conosciamo, queste situazioni sono aggravate ed è ancora più difficile per queste famiglie essere raggiunte dai Comuni già affaticati dalla gestione dei problemi ordinari ed eccezionali. Troppe le famiglie che non potranno o non sapranno seguire il corretto iter delle richieste burocratiche, proprio in un momento in cui il personale dei Comuni, quasi inesistente proprio in questo settore, non è esente da restrizioni e limitazioni legate alla malattia.

Se i Comuni saranno in grado di portare a compimento questo impegno, ciò sarà purtroppo possibile solo tramite lo sforzo congiunto con le tante realtà già esistenti sul territorio, assistenziali e del terzo settore, pagando un prezzo altissimo in termini di sovranità gestionale e decisionale. Un lavoro che comunque non sarà sufficiente se dovrà essere di lungo respiro, se non affiancato da una ricostruzione del valore istituzionale dei Comuni, dal momento che le strutture e le risorse destinate alle politiche sociali – in nome del patto di stabilità e del pareggio di bilancio – hanno subito pesanti tagli e ora si trovano a dover fronteggiare, senza nessun tipo di indicazione organizzativa un’emergenza di questo tipo, dove il rischio della carestia per chi sta peggio è già realtà.

L’anticipazione di fondi a pioggia da parte del Governo, non solo rischia in questo modo di non venire incontro alle esigenze reali delle persone in difficoltà, ma ci sembra assolutamente schizofrenico rispetto allo svuotamento di ruolo e di risorse degli ultimi anni.

È necessario denunciare che questo non basta: il senso di responsabilità degli enti locali e dei suoi lavoratori non basta più; servono urgentemente risorse da recuperare subito con la patrimoniale e non affidandosi a donazioni volontarie

GEOFOR, PRC Pisa: ” Serve un cambio di passo, via questo CDA che ha troppe colpe”

Pisa 27 marzo 2020

In questi giorni di piena emergenza sanitaria e sociale, la protesta dei lavoratori dell’igiene ambientale, che ha messo non poco in difficoltà i cittadini, ha evidenziato le criticità che da troppo tempo, sia a livello politico che con i nostri amministratori, evidenziamo.

Il tardivo impegno nella società nel dotare i lavoratori dei Dpi minimi per svolgere il loro lavoro, soddisfatto solo dopo l’intervento della Prefettura, ha provocato il mancato ritiro della spazzatura per troppo tempo, con enorme disagio e rischio salutare per i cittadini in queste settimane di quarantena.

Una volta rientrata la comprensibile protesta, i lavoratori si sono messi con responsabilità a disposizione dell’azienda per effettuare il recupero dei passaggi mancanti: ne è scaturito un caos organizzativo senza precedenti, con prese di decisioni unilaterali da parte di Geofor sulla sospensione della raccolta di multimateriale e carta, tornando poi indietro e alimentando ulteriormente il disagio e la percezione di disorganizzazione da parte dei cittadini e delle istituzioni-socie.

Come forza politica, reputiamo doveroso presentare mozioni di sfiducia a questo CDA, come accaduto in alcune amministrazioni del nostro territorio ed invitiamo pertanto gli amministratori di Rifondazione Comunista e di area politica progressista a seguire la stessa strada nei propri consigli comunali, per consentire una svolta nuova ad una società che da troppo tempo, scontando anche le colpe di una legge regionale da cambiare, non opera responsabilmente per conto dei comuni soci e soprattutto dei cittadini.

La sicurezza spetta allo Stato tramite le Prefetture. I sindaci non si assumano responsabilità che non competono agli enti locali

Pisa 03 febb 2020

Continua sulle pagine della cronaca locale, e con cadenza abbastanza regolare, la comparsa delle conferenze stampa con il Prefetto di Pisa e un sindaco di turno che presentano la sottoscrizione del  protocollo di intesa denominato “Controllo di vicinato”
La cosa ci colpisce un po in quanto, se prima c’era un governo che lo aveva pensato, proposto e sollecitato oggi, con l’esecutivo arancione-verde la situazione parrebbe cambiata ed invece molti sindaci dei nostri territori che dicono di avere poco a che fare con la cultura salviniana non ce la fanno ad opporsi a questo inutile quanto propangadistico protocollo. Tant’è per le prime sottoscrizioni avvenute ormai mesi fa sui territori non è assolutamente cambiato nulla se non per le casse comunali
Per quanto ci riguarda la contrarietà l’abbiamo manifestata sin da subito e i motivi sono molti, da quelli formali a quelli di merito.
Intanto un protocollo che contiene misure cosi importanti – a cominciare dalla partecipazione attiva dei cittadini nel campo della sicurezza – che escluda dalla sua approvazioni i Consigli Comunali e esplicitamente faccia riferimento alle sole Giunte ( art. 2 comma 1 ) è  istituzionalmente inaccettabile. Ma prima ancora riteniamo profondamente sbagliato che il tema sicurezza sia rimandato alle amministrazioni comunali. Lo Stato tramite le Prefetture ha tutta la responsabilità di questo aspetto e attraverso le forze dell’ordine ha il dovere di proteggere i cittadini organizzando la sicurezza sui territori. Alle amministrazioni comunali spetta piuttosto erogare i servizi a soddisfacimento dei diritti sociali, cosa oggi molto, molto carente


Questa deresponsabilizzazione da parte dello Stato, che vede scaricare sulle amministrazioni comunali anche parte dei costi economici, è il motivo principale della nostra opposizione e per questo auspichiamo che il Prefetto di Pisa si impegni maggiormente nei confronti dello Stato per investire sulla sicurezza proprie risorse umane e finanziarie.

I Sindaci che come ben sanno non incontreranno la condivisione e l’approvazione del protocollo da parte dei nostri amministratori siano essi assessori che consiglieri comunali – come avvenuto nel comune di Vecchiano – li invitiamo a stare nell’ambito normativo e costituzionale rispedendo al mittente qualsiasi iniziativa che veda la sicurezza con gli enti locali attori primari nella lotta alla criminalità.